Tutti i post in Diritto di famiglia

  • Mantenimento moglie: quando è reato non mantenere la moglie separata?

    La denuncia e il rinvio a giudizio nei confronti di chi fa mancare i mezzi di sussistenza all’ex moglie e ai figli è sicuramente un mezzo più incisivo di qualsiasi altro procedimento civile e persino del pignoramento. Di contro, però, nel penale è necessario rispettare il «principio di colpevolezza» che richiede la sussistenza, dietro la condotta illecita, di un dolo o di una colpa. Per cui, laddove non vi dovesse essere una di queste due ipotesi, non ci sarà neanche il reato. Non mantenere la moglie separata è reato, dunque? Non sempre. E in questo c’è una grossa differenza rispetto invece al mantenimento per i figli, per i quali la legge predispone una tutela più forte. A fare il punto della questione è stata una sentenza pubblicata dalla Cassazione.

    Mancato mantenimento moglie: condizioni per il reato

    Il reato di sottrazione agli obblighi di assistenza familiari non scatta solo per il fatto di non aver versato il mantenimento fissato dal giudice o, in assenza di separazione, per aver fatto mancare a moglie e figli i mezzi di sopravvivenza. Sono necessari altri presupposti:

    • la vittima deve trovarsi in stato di bisogno: cioè non deve possedere un proprio reddito e non deve essere in grado di mantenersi da sola. Ad esempio, il marito che lascia la moglie senza mantenimento, quando questa ha già un reddito più che adeguato per mantenere un tenore di vita decoroso non commette reato;

    • il responsabile deve avere la concreta capacità economica e fisica di fornire i mezzi di sussistenza. Affinché scatti il reato occorre, quindi, che l’obbligato sia in grado di fornire i mezzi di sussistenza dovuti. Se invece si trova nell’impossibilità assoluta e incolpevole di somministrare tali mezzi, il reato è escluso;

    • la mancata assistenza deve avere l’effetto di far mancare totalmente o solo in parte i mezzi di sussistenza, ovvero i bisogni elementari dell’esistenza e le spese per l’istruzione dei figli.

    La sentenza della Cassazione

    Alla luce di questo, la Cassazione ha affermato che, per far scattare il reato di sottrazione agli obblighi di assistenza familiari è necessario verificare prima se dietro l’inadempimento dell’uomo c’è davvero una volontà di violare gli obblighi previsti dalla legge; non è punibile pertanto chi non riesce a far fronte al pagamento a causa delle precarie condizioni economiche. Le suddette circostanze escludono la riconducibilità dell’inadempimento alla indicata volontà. Dunque, quando il mancato versamento dell’assegno di mantenimento alla moglie esprime una difficoltà di ordine economico alle cui conseguenze si sarebbe trovato esposto l’avente diritto anche in costanza di matrimonio non ci può essere alcuna condanna penale.

    Non è la prima volta che la Cassazione afferma questo principio: con precedenti analoghi, la Corte ha già stabilito che, per evitare il reato, il coniuge inadempiente deve provare l’assoluta incapacità a ottemperare agli obblighi materiali contenuti nella pronuncia di separazione come nel caso di perdita incolpevole del lavoro e protratto stato di disoccupazione nonostante i tentativi a cercare una nuova occupazione.

    Come fare per sapere se l’ex coniuge è in grado di pagare l’assegno di mantenimento moglie?

    Se l’ex coniuge non dovesse adempiere agli obblighi di mantenimento affidati a Jobank, il servizio di Clipeo propedeutico al recupero di un credito, che, attraverso un’indagine mirata porta all’individuazione delle due più importanti patrimonialità aggredibili di un soggetto: gli emolumenti derivanti dallo stipendio/pensione e le relazioni bancarie in essere.

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  • Non pagare l’assegno di mantenimento ora è reato.

    Assegno di mantenimento: la normativa

    Dallo scorso 6 aprile è infatti entrato in vigore l’art. 570 bis del codice penale che punisce con la multa fino a 1.032 euro e con il carcere fino a un anno chi si sottrae agli obblighi economici derivanti da separazione, divorzio o dai provvedimenti che regolano i rapporti tra genitori per figli nati al di fuori del matrimonio.

    L’intento della disposizione è quello di dare ordine a una materia confusa, frutto di norme stratificatesi nel corso degli anni. Il codice penale degli anni 30 puniva, con l’art. 570, coloro che facevano mancare i mezzi di sostentamento al coniuge o ai figli; la norma era però interpretata in modo rigoroso e rischiava solo dava mancanze al coniuge o ai figli in termini di mezzi di minima di sussistenza come il cibo. Dal 1987 è poi diventato reato non pagare l’assegno di mantenimento per l’ex o per i figli previsti nella sentenza di divorzio, mentre dal 2006, lo è diventato quello di non pagare il mantenimento per i figli in genere; in entrambi i casi non era necessario che l’ex o i figli fossero in stato di bisogno, ma bastava, per rischiare il carcere, non pagare esattamente quanto previsto nel provvedimento del Giudice.

    Gli strumenti per effettuare una richiesta corretta

    Dal 6 aprile queste ultime due norme sono state abrogate e sostituite con un nuovo reato. Le implicazioni, non si sa quanto volute dal legislatore, sono molteplici: diventa quindi reato  anche non versare l’assegno di separazione per il coniuge; viceversa non versare l’assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne non sarà punito se i genitori sono separati o se non sono sposati, lo sarà però se i genitori sono divorziati.

    Infine, data la formulazione generica della norma, potrebbe finire sul banco degli imputati chi è puntuale con l’assegno mensile, ma magari non ha rimborsato le spese straordinarie dei figli come visite mediche o libri scolastici.

    Resta però in agguato il rischio del paradosso: un coniuge rischia il carcere nel caso in cui non dovesse pagare l’assegno provvisorio di separazione che, con la sentenza finale, potrebbe risultare non dovuto; il figlio maggiorenne i cui genitori sono separati o non sono sposati è meno tutelato di un suo coetaneo i cui genitori hanno divorziato.

    Diversità di tutela di cui si fa fatica a intravedere una ragione plausibile. La cosa migliore che l’avvocato matrimonialista possa fare è conoscere l’effettiva condizione economica dell’ex coniuge affinché la richiesta di assegno sia da una parte congrua e dall’altra correttamente calibrata alle reali capacità economiche. In questo modo si potranno gestire alle meglio situazioni delicate e comunque sempre dolorose.

    Il servizio DETECT di Clipeo è in grado di fornire una fotografia nitida e chiara della situazione economica e patrimoniale dell’ex coniuge.

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  • Dichiarazione di successione: cosa dichiarare e chi deve presentarla

    Dichiarazione di successione: quando deve essere presentata?

    La dichiarazione deve essere presentata entro dodici mesi dalla data del decesso.

    In caso di omissione viene applicata una sanzione che va dal 120% al 240% dell’imposta liquidata e se non è dovuta alcuna imposta si applica la sanzione amministrativa da 250 a 1.000 euro. Il mancato pagamento, anche in parte, delle imposte ipotecarie, catastali e degli altri tributi “autoliquidati” comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa pari al 30% di ogni importo non versato.

    Dichiarazione di successione: quali beni dichiarare?

    Sono compresi tutti i beni e i diritti di cui il defunto era titolare in vita che corrispondono al suo patrimonio, dal quale sarà possibile dedurre anche i debiti Tra i beni e diritti vi rientrano:

    • beni immobili e quindi fabbricati e terreni;

    • beni mobili e titoli al portatore posseduti dal defunto o depositati presso altri a suo nome;

    • denaro, gioielli, preziosi e mobilia;

    • rendite, pensioni e crediti;

    • aziende, quote sociali, azioni o obbligazioni;

    • navi, imbarcazioni e aeromobili che non fanno parte di aziende.

    L’imposta di successione è dovuta per i beni e diritti, anche se esistenti all’estero, nel caso in cui alla data di apertura della successione la persona deceduta era residente in Italia; in caso contrario, l’imposta è comunque dovuta limitatamente ai beni e diritti esistenti in Italia.

    Dichiarazione di successione: chi è tenuto al pagamento?

    L’obbligo di presentare la dichiarazione di successione grava, di regola, sugli eredi e sui legatari, ma anche i semplici «chiamati all’eredità» (vale a dire coloro che possono divenire eredi se accettano l’eredità) sono obbligati a presentare la dichiarazione di successione.

    Tuttavia, i «chiamati», a differenza degli eredi, rispondono dell’imposta di successione nel limite del valore dei beni ereditari rispettivamente posseduti; mentre gli eredi sono obbligati solidalmente al pagamento dell’imposta nell’ammontare complessivamente dovuto da loro e dai legatari. Mentre i legatari, sono obbligati al pagamento dell’imposta relativa ai rispettivi legati.

    Individuare gli eredi del patrimonio del defunto

    Come rintracciare eventuali ulteriori eredi?

    Tramite il servizio Rintraccio Eredi è possibile individuare gli eredi legittimari del defunto, impreziosito dall’indagine su eventuali accettazioni o rinunce della stessa.

    Come fare per conoscere l’esatto patrimonio del defunto?

    Quando hai bisogno di identificare con esattezza la situazione economica e patrimoniale del defunto, Detect è la risposta. Un prodotto completo, in grado di fornire una fotografia nitida e fedele della sua situazione aggiornata.

  • Conto corrente cointestato: istruzioni per l’uso

    Come tutelare i propri diritti in un conto corrente cointestato?

    Quella del conto cointestato è una pratica ormai consolidata. All’interno delle famiglie, quasi sempre c’è un conto con più di un titolare: un padre e il figlio, il marito e la moglie, l’anziano non più autonomo e la badante-convivente. Ma, da un punto di vista giuridico, la cointestazione si considera un atto di pura formalità o è, a tutti gli effetti, una donazione del 50% dell’importo depositato e di quello che lo sarà in futuro? Sul tema, di recente, si è espressa più volte la Cassazione, fornendo i chiarimenti necessari per orientarsi in questa spinosa materia. «Spinosa» perché, a fronte di un atto che formalmente è sempre identico, le finalità che lo sorreggono possono essere le più svariate e non è facile ricostruire, a posteriori, quali fossero le effettive intenzioni dei correntisti.

    Conto corrente cointestato: si considera donazione?

    Cointestare un conto corrente a una persona è una donazione a tutti gli effetti, salvo si dimostri che lo scopo perseguito dalle parti era un altro e che, quindi, la donazione era solo fittizia. Ad esempio, se un padre nomina come contitolare del conto anche il figlio, questo atto comporta lo spostamento della proprietà del 50% dei soldi in capo a quest’ultimo.

    Tuttavia, qualora dovessero sorgere delle divergenze tra i due, il precedente titolare potrebbe sempre dimostrare che la donazione era solo una simulazione finalizzata a uno scopo diverso: quello, ad esempio, di aiutare il padre nelle operazioni allo sportello che questi, per via dell’età, non è più in grado di svolgere da solo.
    Allo stesso modo, in una coppia che si separi, ove la moglie pretenda di avere il 50% del conto cointestato, il marito potrebbe dimostrare che la suddetta cointestazione era stata puramente formale, finalizzata solo a consentire alla moglie non titolare di reddito di effettuare prelievi in autonomia per prendersi cura della casa; la prova potrebbe essere raggiunta dimostrando che il conto è alimentato solo dai redditi dell’uomo che vi accredita puntualmente lo stipendio.

    Recuperare il credito da un conto corrente cointestato

    È possibile prelevare più della metà dei soldi da un conto corrente cointestato?

    Nei rapporti con la banca, il cointestatario dei soldi ha la possibilità di prelevare qualsiasi somma, anche superiore al 50% e può inoltre chiudere il conto ritirando tutto il denaro che vi è depositato. Difatti le relazioni con l’istituto di credito sono regolate secondo il principio della cosiddetta «solidarietà attiva»; significa che ciascuno dei correntisti può esigere dalla banca qualsiasi somma, anche superiore alla metà.

    I rapporti tra le parti, restano però disciplinati in modo opposto: chi preleva più della propria quota è tenuto a restituire all’altro la sua parte fino a ricostituire la metà del deposito.

    I debiti si dividono a metà tra i due titolari del conto corrente cointestato?

    Anche per i debiti i correntisti rispondono secondo la regola della «solidarietà passiva». Qualora il conto dovesse essere “in rosso”, la banca potrebbe chiedere il pagamento delle somme dovute a ciascuno dei due correntisti, per l’intero. Ciascuno dei due potrebbe essere costretto a pagare tutto il debito, salvo poi rivalersi contro l’altro per la sua parte del debito (ossia il 50%).

    Come individuare il conto corrente cointestato di una persona da cui recuperare un credito?

    Se devi recuperare un credito e hai necessità di individuare eventuali conti cointestati di una persona affidati a MONEY. L’indagine Money è un servizio propedeutico al recupero di un credito, che permette di individuare eventuali rapporti bancari di una persona.

    È possibile verificare se la persona alla quale stiamo cointestando un conto è affidabile?

    Quando non si ha la certezza di conoscere approfonditamente il soggetto, sarebbe bene verificare l’affidabilità della persona a cui si intende cointestare un conto corrente. Ciò è possibile grazie a SCREENING, un rapporto completo e approfondito sulle persone fisiche che prende in considerazione tutti gli ambiti riguardanti il soggetto, da quello privato a quello lavorativo.

     

  • Allontanamento dalla casa coniugale: quando è consentito andare via di casa

    L’obbligo di coabitazone dopo il matrimonio

    Uno dei principali doveri che scattano dopo il matrimonio è quello di coabitazione: marito e moglie sono obbligati a vivere sotto lo stesso tetto salvo diversi accordi, e non è consentito lasciare quella che viene definita casa coniugale senza una giusta causa. Infatti, come per l’infedeltà, anche nel caso di abbandono del tetto può essere chiesta la separazione con addebito.

    Ci sono tuttavia delle eccezioni che possono essere legate a un accordo tra i coniugi (ad esempio nel caso in cui la famiglia decide di vivere qualche anno separata per consentire, a uno dei due, di fare carriera accettando un trasferimento particolarmente lontano). Lo stesso accordo potrebbe consentire la separazione di fatto della coppia quando marito e moglie abbiano ormai preso consapevole cognizione del fatto che l’unione sia svanita e si autorizzano l’un l’altro a vivere in una casa diversa.

    A questo proposito, vista la delicatezza della situazione sarà più opportuno redigere un accordo per iscritto. In ultimo, una giusta causa per poter andare via di casa è il comportamento pericoloso del coniuge che metta a repentaglio la sicurezza fisica o psicologia dell’altro.

    L’allontanamento dalla casa coniugale

    Se un coniuge si allontana dalla casa familiare senza una giusta causa o senza il consenso dell’altro, confermando la volontà di non fare più ritorno, viola l’obbligo di coabitazione. In questo caso, l’altro coniuge può ottenere la separazione e chiedere al giudice che ne addebiti la causa all’ex, e quest’ultimo non può pretendere il mantenimento anche se ha un reddito più basso.

    Non si può abbandonare la casa coniugale neanche se si ha intenzione di chiedere, di lì a breve, la separazione. Solo l’esistenza di una crisi già in atto, evidente e irreversibile, che dipenda da cause diverse e precedenti all’abbandono del tetto, giustifica l’allontanamento da casa. Tuttavia, anche in questo caso, per evitare problemi di carattere processuale, è meglio che i coniugi sottoscrivano un accordo con cui si autorizzano vicendevolmente a vivere separati.

    Quando si può abbandonare la casa e il coniuge

    L’allontanamento dalla residenza familiare è possibile solo se vi è una giusta causa. In questa ipotesi non è causa di addebito, anche se manca l’accordo con l’altro coniuge. L’abbandono della casa è consentito, ad esempio:

    • se successivo alla richiesta della domanda al giudice di separazione o di annullamento o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio;

    • se è determinato da situazioni di fatto, avvenimenti o comportamenti di altri (dell’altro coniuge o di suoi familiari) incompatibili con il continuare della convivenza, oppure quando l’abbandono consegue a una situazione già intollerabile quando cioè c’è una crisi matrimoniale già in atto che non consente la prosecuzione della vita in comune.

    Un altro esempio di abbandono legittimo della casa è quello necessario a sfuggire al «mobbing familiare», dove la colpa della fine del matrimonio va al coniuge che adotta la condotta violenta, che costringe l’altro ad allontanarsi. Basta anche un solo episodio di percosse, infatti, a determinare l’intollerabilità della convivenza. Non c’è bisogno che la violenza si risolva nell’uso delle mani: anche la violenza psicologica, i maltrattamenti, le offese e le prevaricazioni possono essere causa di mobbing familiare e consentire al coniuge di andare via di casa senza per questo aver bisogno del consenso, né tantomeno rischiare l’addebito.

    Come fare per verificare se l’ex coniuge può pagare l’addebito?

    Quando abbiamo bisogno di identificare con correttezza la situazione economica e patrimoniale del coniuge a cui viene chiesto l’addebito, nonché verificare se è in grado di contribuire al mantenimento dei figli, Detect è la risposta. Un prodotto completo in grado di fornire una fotografia nitida e fedele della sua situazione.

     

  • Mantenimento figli maggiorenni: devo mantenere mio figlio maggiorenne?

    Mantenimento figli maggiorenni: cosa afferma la Costituzione?

    La legge ci impone di mantenere i figli senza alcun equivoco a riguardo. È addirittura la Costituzione a dirci che abbiamo l’obbligo di mantenerli, istruirli ed educarli e la legge ribadisce questi doveri. Ma questi obblighi si riferiscono soltanto ai figli minorenni, oppure vanno estesi anche a quelli maggiorenni? Se la risposta è positiva, fino a quando un genitore deve provvedere al mantenimento dei figli maggiorenni?

    In senso generale assolutamente no. Il dovere di mantenimento è basato sul rapporto genitoriale: se abbiamo fatto un figlio, dobbiamo prenderci cura di lui/lei anche se maggiorenne. La legge prevede persino che, in alcuni casi, il figlio maggiorenne possa ricevere un vero e proprio assegno di mantenimento. Il giudice, infatti, valutate le circostanze e la non autosufficienza economica del figlio, può disporre direttamente a favore del medesimo un assegno periodico.

    Fino a che età è dovuto il mantenimento ai figli?

    L’età del figlio, per quanto maggiorenne, non sembra essere un limite plausibile per non mantenerlo, se le ragioni della mancata autosufficienza economica non sono determinate da un atteggiamento di indifferenza o negligenza del figliolo; inoltre, l’incapacità oggettiva del maggiorenne di rendersi indipendente va aiutata.

    Il mantenimento è dovuto al figlio disoccupato?

    Lo stato di disoccupazione o comunque l’incapacità di produrre un reddito in grado di consentire l’autosufficienza, comportano la prosecuzione del mantenimento, ma a condizione che il maggiorenne non determini, volutamente, questa incapacità. Dunque, se ad esempio, lavorava e ha deciso di dimettersi, non può pretendere di ritornare a carico dei genitori.

    Viceversa, se la descritta precarietà è oggettivamente determinata dalle condizioni attuali del mercato del lavoro e non è dipendente dal figlio, la maggiore età non può rappresentare un limite per ricevere l’appoggio economico dai propri genitori. Ed allora, ad esempio, un lavoro precario oppure svolto durante un periodo di formazione o di apprendistato non può rappresentare un valido presupposto per negarne il mantenimento, in questi casi, ancora non gratificato economicamente, ma non per colpa sua.

    Mantenimento figli maggiorenni: come fare per verificare la condizione lavorativa del proprio figlio?

    Quando vogliamo conoscere l’esatta condizione lavorativa del figlio maggiorenne, al fine di verificare se necessita realmente del mantenimento, possiamo affidarci a Job; le indagini svolte sono infatti finalizzate ad individuare sia l’attuale attività lavorativa di una persona fisica (alle dipendenze di terzi e/o autonoma), sia gli eventuali trattamenti pensionistici, con la stima dell’emolumento percepito.

  • Permesso di lavoro per studio: posso assumere come baby sitter una studentessa straniera?

    Vi sarà capitato di vedere annunci di ricerca di lavoro da parte di studentesse straniere, che per mantenersi agli studi durante il loro soggiorno di Italia, si candidano come lavoratrici part time, soprattutto nell’ambito della cura domestica. Se da un lato può essere molto vantaggioso assumere una studentessa straniera come baby sitter per i propri figli, dall’altro a livello burocratico, è bene prestare attenzione ad alcune norme ben precise in relazione al permesso di soggiorno per studio.

    Come funziona il permesso di soggiorno per studio?

    In linea generale il permesso di soggiorno per studio è rilasciato allo scopo di seguire dei corsi, di carattere formativo, in Italia. La legge però consente, a chi possiede questo tipo di permesso, di svolgere anche attività di lavoro subordinato, entro dei limiti specifici legati all’orario di lavoro. Un lavoratore con permesso di soggiorno per studio, può essere assunto a patto che non si superino le 20 ore lavorative a settimana, per un massimo di 52 settimane. Si parla quindi di massimo 1.040 ore lavorative in un anno.

    Questo significa che la lavoratrice, sottostando a queste regole, può essere assunta senza dover cambiare il suo permesso di soggiorno. Se l’orario di lavoro dovesse aumentare rispetto a quanto detto, è consentito convertire il permesso studio in quello per lavoro.

    In entrambi i casi la comunicazione di assunzione è obbligatoria e nello specifico, nel caso di una baby sitter, andrà fatta all’inps.

    5 consigli utili per avere maggiori sicurezze sulla persona che state per assumere

    Seguire pochi e semplici accorgimenti può essere un grande aiuto nella valutazione della persona che avete di fronte, soprattutto se straniera:

    1. Assicuratevi che i suoi documenti siano in regola e che abbia un permesso di soggiorno studio valido.
    2. Verificate che il suo permesso studio sia realmente idoneo alla sua situazione e quindi chiedete informazioni sul suo corso, magari con una copia dell’iscrizione alla scuola o con un attestato di frequenza.
    3. Chiedete informazioni al proprietario del luogo in cui soggiorna. Che sia un ostello, appartamento, stanza in condivisione, ecc avere un feedback delle persone che hanno rapporti con lei è sempre una buona cosa.
    4. Verificate se ha lavorato o sta lavorando per altre persone. Non solo per non rischiare di uscire dal monte ore ritenuto legale per una lavoratrice in permesso studio, ma anche per avere delle referenze sulla persona. L’esperienza pregressa è sempre un valore aggiunto, soprattutto in questo tipo di occupazioni. Ricordatevi che gli state affidando i vostri figli e che quindi ogni controllo non è mai troppo!
    5. Ricordatevi di seguire tutti gli accorgimenti necessari nella scelta di una babysitter. L’empatia, la preparazione, la predisposizione al ruolo (come già detto nell’articolo Baby Sitter: come scegliere la persona giusta e tenersela cara) sono tutti fattori determinanti per effettuare una buona scelta a prescindere dalla nazionalità.

    Come fare per avere una visione più chiara della persona che abbiamo di fronte?

    Per avere un’opinione più esaustiva di chi avete di fronte è importante avere delle informazioni mirate e dettagliate. Clipeo, grazie al servizio Screening, è in grado di fornirvi una visione chiara e completa della persona che volete assumere, tutelando voi e i vostri cari.

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  • Separazione e comunione dei beni: quando si ha diritto all’eredità del coniuge?

    I beni del coniuge defunto si ereditano anche in caso di separazione dei beni.

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  • Tradimento: un italiano su cinque ha un conto corrente dedicato!

    Lo sapevate che l’Italia è il paese europeo con il maggior numero di tradimenti? Che sia su un sito dedicato o in ufficio, gli italiani vincono il primato europeo nel tradimento.

    Un italiano su cinque infatti possiede un conto corrente nascosto per l’amante. Questo è quanto emerge da un sondaggio realizzato da un sito di incontri extraconiugali in Italia. Quasi due uomini su dieci hanno un conto dedicato alle spese al di fuori della vita matrimoniale.

    Ma dove si tradisce di più?

    La città che detiene il primato è Roma cui seguono Milano e Torino. Il dato che maggiormente sorprende è che al Sud la percentuale di tradimenti è nettamente inferiore, Palermo è la città più fedele. Questo ovviamente è quanto emerso dalle risposte degli intervistati iscritti al sito di incontri extraconiugali.

    Nella classifica della top ten sono presenti solo città del Nord, tra queste Brescia, Treviso, Padova e Bologna. I fatti riportati contraddicono alcune indagini di opinioni secondo cui gli italiani disapprovano l’infedeltà. La morale religiosa c’entra poco con la realtà vissuta da chi non solo sogna, ma consuma il tradimento per abitudine, favorito oltretutto dagli strumenti tecnologici disponibili oggi.

    Chi è più incline al tradimento?

    Secondo queste ricerche a tradire di più, anche su scala europea, sono gli uomini (italiani al primo posto). L’infedeltà femminile sta però crescendo. Secondo una recente ricerca effettuata dall’Istituto di sondaggi francesi Ifop, un terzo delle donne in Europa tradisce il proprio partner. La differenza che si ha nel nostro paese rispetto alla tendenza europea è che in Italia c’è il più basso indice di divorzi registrato. Come a dire infedeltà e scappatelle si ma senza compromettere il matrimonio. Questo dato evidenzia anche la maggior propensione a mentire e a rimanere attaccati alle “comodità” insite nel matrimonio stesso.

    La tendenza all’infedeltà femminile è aumentata di pari passo alla crescita dell’indipendenza economica. Pare infatti che cresca proporzionalmente al livello di studi e al successo professionale, più sono indipendenti e più si concedono al tradimento. Questo è probabilmente dovuto al fatto che una donna che non dipende economicamente dal partner è tendenzialmente più sicura di se, delle sue possibilità e non ha paura delle conseguenze economiche in caso di rottura.

    Come si comportano uomini e donne infedeli?

    Le donne sono molto più imprudenti. Solo il 43% infatti tiene protetto il proprio telefono. In compenso però sono molto più organizzate, tanto da possedere un vero e proprio kit di oggetti utili alla “scappatella”.

    Gli uomini sono molto più attenti delle donne. Il 57% degli intervistati ha ammesso di tenere protetto il proprio cellulare e di salvare sotto falso nome il contatto dell’amante. Il 17% ha un conto corrente dedicato e il 13% ha addirittura un appartamento per i propri incontri extraconiugali.

    Come tutelarsi quando abbiamo il sospetto che il nostro partner abbia una seconda vita?

    Per scoprire queste situazioni poco piacevoli l’intuito femminile (o maschile) a volte non basta. Clipeo con il servizio MONEY è in grado di individuare eventuali rapporti bancari di una persona fisica cosi da avere un quadro più nitido della situazione monetaria del vostro compagno/a. Sapere se il tuo partner ha un doppio conto bancario non sarà più un problema grazie a Clipeo!

  • Babysitter: come scegliere la persona giusta (e tenersela cara)

    Prendersi cura dei bambini in assenza dei genitori è una responsabilità molto grande: ecco qualche dritta per individuare la babysitter giusta per te
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